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Clareno, al secolo Pietro da Fossombrone, esule a più riprese,
più volte perseguitato, fu, unitamente ad Ubertino da Casale,
il principale esponente degli Spirituali francescani tra il XIII
e XIV secolo.
La data della sua nascita è incerta: con buon fondamento,
la si può situare intorno al 1255, mentre va collocato
intorno al 1270 il suo ingresso nell'Ordine minoritico.
Frate Angelo prese il nome di Chiareno (Clareno) dal ruscello
affluente del Tronto, quando si ritirò presso l'eremita
frate Pietro da Morrone (Celestino V).
Imprigionato per la prima volta, insieme ad altri suoi compagni,
nel 1279-1280, dovette subire dieci lunghi anni di reclusione
con severe privazioni. Fu scarcerato solo nel 1290, per ordine
del nuovo Ministro generale, Raimondo Gaufridi: motivo della carcerazione
erano state le agitazioni prodottesi tra i frati delle Marche,
in seguito a notizie diffuse circa mo-difiche apportate alla struttura
dell'Ordine, decise dal II Concilio di Lione (1274). Sarà
poi lo stesso Ministro gene-rale, considerando insicura la permanenza
negli stessi luoghi di prigionìa, ad accogliere la richiesta
del re Ayton e ad in-viare in missione, in Armenia, il Clareno
e i suoi compagni.
Rientrarono in Italia nel 1294.
Sempre su consiglio di Raimondo Gaufridi, il Clareno e Pietro
da Macerata (poi frate Liberato), si recarono all'Aquila, dal
papa Celestino V, eletto appena qualche settimana prima: gli fecero
presente la loro situazione e questi, dopo averli ascoltati, permise
loro di osservare, in abito monastico e sotto la sua diretta obbedienza,
la Regola e il Testamento di Francesco: veniva costi-tuito in
tal modo l'Ordine dei "Poveri Eremiti", che verrà
poi sciolto da Bonifacio VIII, con decisione d'autorità.
La decisione papale causò però la violenta reazione
dei frati. Fu così che, dopo la rinuncia di Celestino V,
il Clare-no e i suoi compagni maturarono la decisione di ritirarsi
in luoghi solitari, dove poter servire il Signore, lontano dagli
scandali e tumulti degli uomini. Si riaprì dunque la via
del-l'esilio, in Grecia, questa volta, nell'Acaia, presso l'isola
di Trixonia. Questi anni trascorsi in Armenia e in Grecia eser-citeranno
in seguito un'influenza fondamentale sugli stessi scritti del
Clareno: divenne padrone del greco e gran cono-scitore dei testi
dei padri orientali, dai quali sovente trasse ispirazione, e ciò
si avverte in maniera massiccia soprattutto nel "Commento
alla Regola" e nell'"Apologia", ma anche, qua e
là, nell'"Epistolario". E' ben nota, inoltre,
la sua infaticabile at-tività di traduttore.
Dall'Armenia, egli rientrò in Italia nel 1305 e poco sappiamo
degli anni successivi, fino al 1311, quando si trasferì
ad Avignone, dove dimorò nell'abitazione del cardinale
Gia-como Colonna e dove godette della sua protezione. Assistet-te
al Concilio di Vienne (1311-1312) e, negli anni seguenti, più
di una volta si mostrò ottimista per la causa che egli
discuteva in curia, vale a dire ottenere da Clemente V quanto
Celestino V aveva concesso con la costituzione dei "Poveri
Eremiti": una speranza, però, destinata a rimanere
delusa!
Angelo restò ad Avignone fino alla morte di Giacomo Colonna,
sopravvenuta l'11 agosto del 1318. Vista ormai sfumata ogni possibilità
di una soluzione negoziata, venutogli a mancare il suo protettore,
niente lo tratteneva più in curia; tornò quindi
in Italia e si stabilì a Subiaco, dove Bartolomeo II, che
lo stimava e lo teneva in considerazione, da qualche mese era
stato eletto abate.
A Subiaco, in disparte, assistette allo svolgersi di eventi turbinosi
e scrisse le sue opere maggiori, mentre continuava ad indirizzare
lettere ai suoi seguaci.
Dal 1331 l'inquisizione intensificò la propria azione:
nel 1334 Angelo, ormai ottuagenario, sentendosi insicuro, an-cora
una volta si mise in viaggio, dirigendosi verso il Regno di Napoli,
dove contava aderenze e dove finì, nella solitudi-ne, i
suoi giorni.
Morì in Lucania, presso l'eremo di Santa Ma-ria dell'Aspro,
il 15 giugno 1337. Aveva intorno a 90 anni, dei quali sessanta
li aveva trascorsi ramingo, perseguitato, combattente per un grande
ideale. Ai suoi seguaci lasciò l'ammonimento di rientrare
nell'Ordine dei Minori, qualora l'Ordine fosse tornato alla primitiva
osservanza della povertà. Di detto ammonimento si sarebbero
serviti, nel Quattrocento, San Bernardino da Siena, San Giacomo
della Marca, San Giovanni da Capistrano ed il beato Alberto da
Sarteano (le cosiddette "Quattro Colonne Osservanti"),
per convincere i Clareni a rientrare nell'Osservanza, secondo
l'ultimo desiderio del loro "padre".
Non è facile ricostruire l'itinerario spirituale di Angelo
Clareno, il quale sembra a volte oscillare in atteggiamenti contraddittori,
fornendo forse egli stesso, ai suoi avversari, l'occasione per
accusarlo di ambiguità. Clareno voleva prima di tutto mantenersi
fedele all'intenzione di Francesco, nell'osservan-za integrale
della Regola e del Testamento, nell'obbedienza alla Chiesa Romana,
evitando, per quanto possibile, scissio-ni o fratture, e conscio
che la sofferenza, che veniva a confi-gurarsi come il segno dell'elezione
divina, sarebbe stata la naturale compagna di una tale scelta
di vita.
Sta in questa duplicità di esigenze, vale a dire la fedeltà
a Francesco e alla Regola - da lui equiparata al Vangelo - e l'obbedienza
alla Chiesa, il dramma di un uomo costretto a muo-versi tra le
sue intime aspirazioni e le esigenze dell'istituzione. In questa
tensione, il Clareno visse la propria esperienza reli-giosa desideroso
della solitudine, dove, lontano dai tumulti, avrebbe potuto più
facilmente e integralmente osservare la Regola e con più
efficacia sfuggire alle persecuzioni.
Da questa molteplicità di atteggiamenti e di aspirazioni
"nasce in Clareno la sua singolare posizione di ribelle tranquillo.
Posizione che si potrebbe ritenere ambigua, se non nascesse invece
dalla coscienza che la tribolazione, la perse-cuzione, la sofferenza,
vanno collocate in un ambito e in una logica che ha la sua inevitabile
giustificazione nel piano provvidenziale di Dio. Perciò,
diversamente da altri, il Clareno non si è fatto capo di
ribelli, ma ha piuttosto cercato di vivere francescanamente, come
e dove poteva, spesso gio-cando sull'equivoco, sempre realizzando
nella vita quello che era il suo ideale di Francescano" (R.
Manselli).
Tutte le grandi opere dello Spirituale marchigiano (se si fa
eccezione dell'"Epistolario", che raccoglie anche
lettere del periodo avignonese) furono composte durante il suo
soggiorno a Subiaco.
- L'"Expositio super Regulam Fratrum Minorum" (scritta
intorno al 1321-1322);
- "Chronicon seu Historia septem tribulationum
Ordini Minorum" (l'opera più nota del Clareno.
Essa, in sostanza, traccia, nei riquadri di sette "tribolazioni"
subite dagli "Spirituali" in lotta con la "comunità",
la storia del primo secolo francescano con colorazioni ovviamente
partigiane, o per dire meglio "spirituali", protese
verso un futuro adempimento delle promesse fatte da Cristo a
Francesco);
- L' "Apologia pro vita sua";
- L'"Epistolario" (comprende Lettere che coprono un
ampio arco dell'esistenza del Clareno: dal 1312 agli ultimi
giorni della sua vita);
- "Le traduzioni dal greco".
Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org
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