Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

PERSONAGGI ILLUSTRI
Santa Chiara
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ANGELO CLARENO

ANGELO CLARENO

Angelo Clareno, al secolo Pietro da Fossombrone, esule a più riprese, più volte perseguitato, fu, unitamente ad Ubertino da Casale, il principale esponente degli Spirituali francescani tra il XIII e XIV secolo.
La data della sua nascita è incerta: con buon fondamento, la si può situare intorno al 1255, mentre va collocato intorno al 1270 il suo ingresso nell'Ordine minoritico.
Frate Angelo prese il nome di Chiareno (Clareno) dal ruscello affluente del Tronto, quando si ritirò presso l'eremita frate Pietro da Morrone (Celestino V).
Imprigionato per la prima volta, insieme ad altri suoi compagni, nel 1279-1280, dovette subire dieci lunghi anni di reclusione con severe privazioni. Fu scarcerato solo nel 1290, per ordine del nuovo Ministro generale, Raimondo Gaufridi: motivo della carcerazione erano state le agitazioni prodottesi tra i frati delle Marche, in seguito a notizie diffuse circa mo-difiche apportate alla struttura dell'Ordine, decise dal II Concilio di Lione (1274). Sarà poi lo stesso Ministro gene-rale, considerando insicura la permanenza negli stessi luoghi di prigionìa, ad accogliere la richiesta del re Ayton e ad in-viare in missione, in Armenia, il Clareno e i suoi compagni.
Rientrarono in Italia nel 1294.
Sempre su consiglio di Raimondo Gaufridi, il Clareno e Pietro da Macerata (poi frate Liberato), si recarono all'Aquila, dal papa Celestino V, eletto appena qualche settimana prima: gli fecero presente la loro situazione e questi, dopo averli ascoltati, permise loro di osservare, in abito monastico e sotto la sua diretta obbedienza, la Regola e il Testamento di Francesco: veniva costi-tuito in tal modo l'Ordine dei "Poveri Eremiti", che verrà poi sciolto da Bonifacio VIII, con decisione d'autorità.
La decisione papale causò però la violenta reazione dei frati. Fu così che, dopo la rinuncia di Celestino V, il Clare-no e i suoi compagni maturarono la decisione di ritirarsi in luoghi solitari, dove poter servire il Signore, lontano dagli scandali e tumulti degli uomini. Si riaprì dunque la via del-l'esilio, in Grecia, questa volta, nell'Acaia, presso l'isola di Trixonia. Questi anni trascorsi in Armenia e in Grecia eser-citeranno in seguito un'influenza fondamentale sugli stessi scritti del Clareno: divenne padrone del greco e gran cono-scitore dei testi dei padri orientali, dai quali sovente trasse ispirazione, e ciò si avverte in maniera massiccia soprattutto nel "Commento alla Regola" e nell'"Apologia", ma anche, qua e là, nell'"Epistolario". E' ben nota, inoltre, la sua infaticabile at-tività di traduttore.
Dall'Armenia, egli rientrò in Italia nel 1305 e poco sappiamo degli anni successivi, fino al 1311, quando si trasferì ad Avignone, dove dimorò nell'abitazione del cardinale Gia-como Colonna e dove godette della sua protezione. Assistet-te al Concilio di Vienne (1311-1312) e, negli anni seguenti, più di una volta si mostrò ottimista per la causa che egli discuteva in curia, vale a dire ottenere da Clemente V quanto Celestino V aveva concesso con la costituzione dei "Poveri Eremiti": una speranza, però, destinata a rimanere delusa!
Angelo restò ad Avignone fino alla morte di Giacomo Colonna, sopravvenuta l'11 agosto del 1318. Vista ormai sfumata ogni possibilità di una soluzione negoziata, venutogli a mancare il suo protettore, niente lo tratteneva più in curia; tornò quindi in Italia e si stabilì a Subiaco, dove Bartolomeo II, che lo stimava e lo teneva in considerazione, da qualche mese era stato eletto abate.
A Subiaco, in disparte, assistette allo svolgersi di eventi turbinosi e scrisse le sue opere maggiori, mentre continuava ad indirizzare lettere ai suoi seguaci.
Dal 1331 l'inquisizione intensificò la propria azione: nel 1334 Angelo, ormai ottuagenario, sentendosi insicuro, an-cora una volta si mise in viaggio, dirigendosi verso il Regno di Napoli, dove contava aderenze e dove finì, nella solitudi-ne, i suoi giorni.
Morì in Lucania, presso l'eremo di Santa Ma-ria dell'Aspro, il 15 giugno 1337. Aveva intorno a 90 anni, dei quali sessanta li aveva trascorsi ramingo, perseguitato, combattente per un grande ideale. Ai suoi seguaci lasciò l'ammonimento di rientrare nell'Ordine dei Minori, qualora l'Ordine fosse tornato alla primitiva osservanza della povertà. Di detto ammonimento si sarebbero serviti, nel Quattrocento, San Bernardino da Siena, San Giacomo della Marca, San Giovanni da Capistrano ed il beato Alberto da Sarteano (le cosiddette "Quattro Colonne Osservanti"), per convincere i Clareni a rientrare nell'Osservanza, secondo l'ultimo desiderio del loro "padre".
Non è facile ricostruire l'itinerario spirituale di Angelo Clareno, il quale sembra a volte oscillare in atteggiamenti contraddittori, fornendo forse egli stesso, ai suoi avversari, l'occasione per accusarlo di ambiguità. Clareno voleva prima di tutto mantenersi fedele all'intenzione di Francesco, nell'osservan-za integrale della Regola e del Testamento, nell'obbedienza alla Chiesa Romana, evitando, per quanto possibile, scissio-ni o fratture, e conscio che la sofferenza, che veniva a confi-gurarsi come il segno dell'elezione divina, sarebbe stata la naturale compagna di una tale scelta di vita.
Sta in questa duplicità di esigenze, vale a dire la fedeltà a Francesco e alla Regola - da lui equiparata al Vangelo - e l'obbedienza alla Chiesa, il dramma di un uomo costretto a muo-versi tra le sue intime aspirazioni e le esigenze dell'istituzione. In questa tensione, il Clareno visse la propria esperienza reli-giosa desideroso della solitudine, dove, lontano dai tumulti, avrebbe potuto più facilmente e integralmente osservare la Regola e con più efficacia sfuggire alle persecuzioni.
Da questa molteplicità di atteggiamenti e di aspirazioni "nasce in Clareno la sua singolare posizione di ribelle tranquillo. Posizione che si potrebbe ritenere ambigua, se non nascesse invece dalla coscienza che la tribolazione, la perse-cuzione, la sofferenza, vanno collocate in un ambito e in una logica che ha la sua inevitabile giustificazione nel piano provvidenziale di Dio. Perciò, diversamente da altri, il Clareno non si è fatto capo di ribelli, ma ha piuttosto cercato di vivere francescanamente, come e dove poteva, spesso gio-cando sull'equivoco, sempre realizzando nella vita quello che era il suo ideale di Francescano" (R. Manselli).

Tutte le grandi opere dello Spirituale marchigiano (se si fa eccezione dell'"Epistolario", che raccoglie anche lettere del periodo avignonese) furono composte durante il suo soggiorno a Subiaco.
- L'"Expositio super Regulam Fratrum Minorum" (scritta intorno al 1321-1322);
- "Chronicon seu Historia septem tribulationum Ordini Minorum" (l'opera più nota del Clareno. Essa, in sostanza, traccia, nei riquadri di sette "tribolazioni" subite dagli "Spirituali" in lotta con la "comunità", la storia del primo secolo francescano con colorazioni ovviamente partigiane, o per dire meglio "spirituali", protese verso un futuro adempimento delle promesse fatte da Cristo a Francesco);
- L' "Apologia pro vita sua";
- L'"Epistolario" (comprende Lettere che coprono un ampio arco dell'esistenza del Clareno: dal 1312 agli ultimi giorni della sua vita);
- "Le traduzioni dal greco".

Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org



 
 



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